Ilaria Alpi (Roma 1961 – Mogadiscio 1994) La giornalista che sapeva troppo

Ilaria Alpi_Paola_Staccioli_per womeninculture

 

a cura di Paola Staccioli tratto da 101 donne che hanno fatto grande Roma Newton Compton 2011

Freme Ilaria Alpi sull’aereo che dalla Somalia del nord la sta riportando a Mogadiscio. Con lei c’è l’operatore Miran Hrovatin. È emozionata e contenta. Impaziente di inviare il servizio per il Tg3 della sera. Ha poco più di trent’anni ma è già esperta e molto preparata. Laurea in Lettere, corsi di lingue e cultura islamica. Parla arabo, francese, inglese. Ha anche vissuto un periodo al Cairo scrivendo articoli per «Paese Sera» e «l’Unità».

A correre contro il tempo è abituata. Il lavoro di inchiesta è la sua passione. Lo fa sul serio, lo fa sul campo. Il plumbeo scenario della Somalia le è familiare. Ci è già stata sette o otto volte. Ma questo è il primo vero colpo grosso. Le voci giravano da un po’, è vero, però ora ha una conferma. Abdullahy Mussa Bogor, il cosiddetto sultano di Bosaaso, le ha parlato di traffici fra l’Italia e la Somalia. Armi, rifiuti tossici e radioattivi. Bustarelle e kalashnikov ai gruppi politici locali in cambio della disponibilità a gettare in mare o sotterrare fusti di veleni. Il tutto dietro la maschera degli aiuti umanitari. L’Africa come pattumiera dell’occidente industrializzato.

Lì nel nord della Somalia ai tempi di Siad Barre gli italiani hanno costruito qualcosa. Una strada, un porto, alcuni pozzi. Millequattrocento miliardi di lire stanziati per gli aiuti. In buona parte rimasti impigliati nella rete delle tangenti a imprenditori e politici.

La strada che collega Garowe a Bosaaso, realizzata fra il 1987 e il 1991, Ilaria la conosce bene. Una storiaccia. Quattrocentocinquanta chilometri, più o meno, di asfalto bruciante. Quattrocentocinquanta chilometri di vergogna. Cooperazione allo sviluppo, l’hanno chiamata ufficialmente. Malacooperazione sarà definita in seguito. Il Fondo aiuti italiano creato dal capo del governo Bettino Craxi e dal suo entourage ci mette una valanga di soldi. Durante la realizzazione la gente del posto vede gli italiani svuotare di notte camion pieni di chissà cosa, e subito ricoprire il tutto con terra e asfalto. Si parla di rifiuti tossici. Su quella strada Ilaria indaga. I magistrati di Mani pulite anche.

Il prodigo governo Craxi dona inoltre alla Somalia sei navi per il trasporto ittico. Vanno a finire nelle mani della società Shifco, gestite dall’ambiguo ingegnere Omar Mugne, eminenza grigia dei traffici italo-somali. Presto si diffonde un sospetto. O forse qualcosa di più. Sembra che dopo aver scaricato in Italia il pesce le navi tornino in Somalia cariche di armi. Proprio mentre Ilaria è lì, uno dei pescherecci si trova a largo di Bosaaso, sequestrato da miliziani somali. Sulla nave ci sono anche italiani e la giornalista chiede di salire a bordo. Niente da fare.

È domenica quando Ilaria e Miran lasciano il nord e tornano a Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. La capitale somala da tempo è terra di combattimenti fra i due signori della guerra. Ali Mahdi e Aidid. Un conflitto fratricida che fa morti, devasta villaggi, produce profughi. Le fazioni che hanno abbattuto il presidente Siad Barre si uccidono per il potere. Le Nazioni unite mandano soldati, armi, elicotteri. Che producono altre vittime, soprusi, disastri. E conseguente ostilità nei confronti degli occidentali. Crescono gli attacchi, le uccisioni anche di militari italiani. Altro che pace. Restore Hope, è stata chiamata la missione. Crollata sotto il peso degli interessi che l’hanno mossa. Statunitensi per lo più.

Nel marzo 1994 l’occidente abbandona il paese, dopo aver contribuito a creare caos e rovina. Rimangono solo i volontari delle organizzazioni non governative. Prezioso granello in un mare di sabbia. In occasione del rientro del contingente militare italiano i giornalisti sono di nuovo a Mogadiscio. La trasferta di Rai3, all’insegna del risparmio, penalizza anche la sicurezza. L’operatore abituale di Ilaria non ci sta. Lei invece non ci pensa due volte. Per le riprese si rivolge a Miran, un bravo freelance di una società di Trieste che ha conosciuto in un altro sfacelo bellico, quello della ex Jugoslavia. Ha un figlio piccolo ma dopo qualche incertezza accetta. Piena di entusiasmo Ilaria sceglie albergo macchina autista e due ragazzi armati come scorta. Non vuole affidarsi al solito Giancarlo Marocchino, un chiacchierato faccendiere italiano che in Somalia vive da anni. Uno che con i segreti ha familiarità. Confidente del Sismi secondo alcune fonti, implicato in loschi traffici secondo testimoni autorevoli. A Mogadiscio è un boss, riferimento obbligato per giornalisti e non solo. Persino i militari italiani chiedono aiuto a lui. Vive in una sorta di bunker protetto da un esercito di uomini armati. A un certo punto viene anche arrestato dall’Onu, ma se la cava con un breve rientro in Italia.

Arrivati a Mogadiscio Ilaria e Miran escono presto e in gran fretta dall’hotel, forse dopo aver ricevuto una telefonata. Ad attenderli c’è un agguato. Una vera e propria esecuzione. Due colpi secchi alla tempia. A bruciapelo. Rimbalzano subito versioni contraddittorie. Menzogne, omissioni. Testimoni pilotati o costretti a ritrattare. Ipotesi create per soffiare fumo negli occhi. Rapina, sequestro, terrorismo islamico. Pretesti buoni per tutte le stagioni.

Le salme arrivano a Roma avvolte di bugie e misteri. Affiancate da bagagli manomessi. Alcuni documenti, certificati, bloc notes di Ilaria e cassette di Miran si sono dissolti nel nulla. La ricerca di esecutori e mandanti si infrange su un muro di menzogne e depistaggi. Tanto fitti da urtarsi. Dalle testimonianze emerge un venefico mix. Interessi locali e business italiano. Un intreccio di cooperazione internazionale, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti tossici. Una storia fatta di indagini archiviate, fonti ignorate. Protagonisti sono equivoci uomini d’affari, politici corrotti, imprese senza scrupoli, servizi segreti allergici alle verità. Alla sbarra finisce un solo imputato. Un giovane somalo attirato a Roma con un indecoroso espediente. L’ipotesi di un risarcimento per le violenze e le torture subite dai militari italiani. È indicato come uno degli esecutori materiali. Inizialmente assolto, viene poi condannato all’ergastolo e definitivamente a ventisei anni. Dà l’idea di un capro espiatorio. Mentre un personaggio chiave quale Marocchino, il primo a giungere sulla scena del delitto, inizialmente nemmeno risulta fra i testimoni.

Ilaria diviene simbolo del giornalismo di inchiesta. Film e spettacoli teatrali la ricordano. Ospedali, scuole, strade, biblioteche sono intitolati a lei. Nel 1995 è stato istituito a Riccione il Premio Ilaria Alpi per le migliori inchieste televisive dedicate ai temi della pace e della solidarietà.

Vari magistrati, due Commissioni parlamentari di inchiesta e una governativa non sono state sufficienti per fare giustizia. L’ultima è annegata nella sua ambigua gestione. Nel 2006, dopo due anni di lavori. Le conclusioni dei suoi membri non sono state univoche. La tesi del presidente, Carlo Taormina, è sconcertante. Niente traffici niente rifiuti niente armi. Niente di niente. Pura casualità. Al ritorno da una vacanza nei mari del nord della Somalia i due sono incappati in un tentativo di sequestro. Un oltraggio alla verità. Un affronto per Luciana e Giorgio, che combattono con coraggio la battaglia in ricordo e in nome della loro unica figlia Ilaria. Nel 2008 alla memoria dei due giornalisti è stata concessa la Medaglia d’oro al Merito civile. Il padre è scomparso nel luglio 2010 senza riuscire a vedere un vero processo, che molti continuano a chiedere. Mentre i rifiuti tossici restano lì, sepolti in terra somala. Insieme alla giustizia per Miran e Ilaria.

Freme Ilaria Alpi sull’aereo che dalla Somalia del nord la sta riportando a Mogadiscio. Con lei c’è l’operatore Miran Hrovatin. È emozionata e contenta. Impaziente di inviare il servizio per il Tg3 della sera. Ha poco più di trent’anni ma è già esperta e molto preparata. Laurea in Lettere, corsi di lingue e cultura islamica. Parla arabo, francese, inglese. Ha anche vissuto un periodo al Cairo scrivendo articoli per «Paese Sera» e «l’Unità».

 

A correre contro il tempo è abituata. Il lavoro di inchiesta è la sua passione. Lo fa sul serio, lo fa sul campo. Il plumbeo scenario della Somalia le è familiare. Ci è già stata sette o otto volte. Ma questo è il primo vero colpo grosso. Le voci giravano da un po’, è vero, però ora ha una conferma. Abdullahy Mussa Bogor, il cosiddetto sultano di Bosaaso, le ha parlato di traffici fra l’Italia e la Somalia. Armi, rifiuti tossici e radioattivi. Bustarelle e kalashnikov ai gruppi politici locali in cambio della disponibilità a gettare in mare o sotterrare fusti di veleni. Il tutto dietro la maschera degli aiuti umanitari. L’Africa come pattumiera dell’occidente industrializzato.

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Lì nel nord della Somalia ai tempi di Siad Barre gli italiani hanno costruito qualcosa. Una strada, un porto, alcuni pozzi. Millequattrocento miliardi di lire stanziati per gli aiuti. In buona parte rimasti impigliati nella rete delle tangenti a imprenditori e politici.

 

La strada che collega Garowe a Bosaaso, realizzata fra il 1987 e il 1991, Ilaria la conosce bene. Una storiaccia. Quattrocentocinquanta chilometri, più o meno, di asfalto bruciante. Quattrocentocinquanta chilometri di vergogna. Cooperazione allo sviluppo, l’hanno chiamata ufficialmente. Malacooperazione sarà definita in seguito. Il Fondo aiuti italiano creato dal capo del governo Bettino Craxi e dal suo entourage ci mette una valanga di soldi. Durante la realizzazione la gente del posto vede gli italiani svuotare di notte camion pieni di chissà cosa, e subito ricoprire il tutto con terra e asfalto. Si parla di rifiuti tossici. Su quella strada Ilaria indaga. I magistrati di Mani pulite anche.

 

Il prodigo governo Craxi dona inoltre alla Somalia sei navi per il trasporto ittico. Vanno a finire nelle mani della società Shifco, gestite dall’ambiguo ingegnere Omar Mugne, eminenza grigia dei traffici italo-somali. Presto si diffonde un sospetto. O forse qualcosa di più. Sembra che dopo aver scaricato in Italia il pesce le navi tornino in Somalia cariche di armi. Proprio mentre Ilaria è lì, uno dei pescherecci si trova a largo di Bosaaso, sequestrato da miliziani somali. Sulla nave ci sono anche italiani e la giornalista chiede di salire a bordo. Niente da fare.

 

È domenica quando Ilaria e Miran lasciano il nord e tornano a Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. La capitale somala da tempo è terra di combattimenti fra i due signori della guerra. Ali Mahdi e Aidid. Un conflitto fratricida che fa morti, devasta villaggi, produce profughi. Le fazioni che hanno abbattuto il presidente Siad Barre si uccidono per il potere. Le Nazioni unite mandano soldati, armi, elicotteri. Che producono altre vittime, soprusi, disastri. E conseguente ostilità nei confronti degli occidentali. Crescono gli attacchi, le uccisioni anche di militari italiani. Altro che pace. Restore Hope, è stata chiamata la missione. Crollata sotto il peso degli interessi che l’hanno mossa. Statunitensi per lo più.

 

Nel marzo 1994 l’occidente abbandona il paese, dopo aver contribuito a creare caos e rovina. Rimangono solo i volontari delle organizzazioni non governative. Prezioso granello in un mare di sabbia. In occasione del rientro del contingente militare italiano i giornalisti sono di nuovo a Mogadiscio. La trasferta di Rai3, all’insegna del risparmio, penalizza anche la sicurezza. L’operatore abituale di Ilaria non ci sta. Lei invece non ci pensa due volte. Per le riprese si rivolge a Miran, un bravo freelance di una società di Trieste che ha conosciuto in un altro sfacelo bellico, quello della ex Jugoslavia. Ha un figlio piccolo ma dopo qualche incertezza accetta. Piena di entusiasmo Ilaria sceglie albergo macchina autista e due ragazzi armati come scorta. Non vuole affidarsi al solito Giancarlo Marocchino, un chiacchierato faccendiere italiano che in Somalia vive da anni. Uno che con i segreti ha familiarità. Confidente del Sismi secondo alcune fonti, implicato in loschi traffici secondo testimoni autorevoli. A Mogadiscio è un boss, riferimento obbligato per giornalisti e non solo. Persino i militari italiani chiedono aiuto a lui. Vive in una sorta di bunker protetto da un esercito di uomini armati. A un certo punto viene anche arrestato dall’Onu, ma se la cava con un breve rientro in Italia.

 

Arrivati a Mogadiscio Ilaria e Miran escono presto e in gran fretta dall’hotel, forse dopo aver ricevuto una telefonata. Ad attenderli c’è un agguato. Una vera e propria esecuzione. Due colpi secchi alla tempia. A bruciapelo. Rimbalzano subito versioni contraddittorie. Menzogne, omissioni. Testimoni pilotati o costretti a ritrattare. Ipotesi create per soffiare fumo negli occhi. Rapina, sequestro, terrorismo islamico. Pretesti buoni per tutte le stagioni.

 

Le salme arrivano a Roma avvolte di bugie e misteri. Affiancate da bagagli manomessi. Alcuni documenti, certificati, bloc notes di Ilaria e cassette di Miran si sono dissolti nel nulla. La ricerca di esecutori e mandanti si infrange su un muro di menzogne e depistaggi. Tanto fitti da urtarsi. Dalle testimonianze emerge un venefico mix. Interessi locali e business italiano. Un intreccio di cooperazione internazionale, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti tossici. Una storia fatta di indagini archiviate, fonti ignorate. Protagonisti sono equivoci uomini d’affari, politici corrotti, imprese senza scrupoli, servizi segreti allergici alle verità. Alla sbarra finisce un solo imputato. Un giovane somalo attirato a Roma con un indecoroso espediente. L’ipotesi di un risarcimento per le violenze e le torture subite dai militari italiani. È indicato come uno degli esecutori materiali. Inizialmente assolto, viene poi condannato all’ergastolo e definitivamente a ventisei anni. Dà l’idea di un capro espiatorio. Mentre un personaggio chiave quale Marocchino, il primo a giungere sulla scena del delitto, inizialmente nemmeno risulta fra i testimoni.

 

Ilaria diviene simbolo del giornalismo di inchiesta. Film e spettacoli teatrali la ricordano. Ospedali, scuole, strade, biblioteche sono intitolati a lei. Nel 1995 è stato istituito a Riccione il Premio Ilaria Alpi per le migliori inchieste televisive dedicate ai temi della pace e della solidarietà.

 

Vari magistrati, due Commissioni parlamentari di inchiesta e una governativa non sono state sufficienti per fare giustizia. L’ultima è annegata nella sua ambigua gestione. Nel 2006, dopo due anni di lavori. Le conclusioni dei suoi membri non sono state univoche. La tesi del presidente, Carlo Taormina, è sconcertante. Niente traffici niente rifiuti niente armi. Niente di niente. Pura casualità. Al ritorno da una vacanza nei mari del nord della Somalia i due sono incappati in un tentativo di sequestro. Un oltraggio alla verità. Un affronto per Luciana e Giorgio, che combattono con coraggio la battaglia in ricordo e in nome della loro unica figlia Ilaria. Nel 2008 alla memoria dei due giornalisti è stata concessa la Medaglia d’oro al Merito civile. Il padre è scomparso nel luglio 2010 senza riuscire a vedere un vero processo, che molti continuano a chiedere. Mentre i rifiuti tossici restano lì, sepolti in terra somala. Insieme alla giustizia per Miran e Ilaria.



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