Donne e violenza: una storia secolare. È ora di dire basta.

Franca Rame O Bella Ciao Anarkikka

a cura di Chantal Castiglione

Quasi quotidianamente leggiamo sui quotidiani o ascoltiamo ai tg di donne che vengono uccise, alle quali viene tolta la vita, senza pietà, senza amore, senza rispetto. A morire sono madri, figlie, fidanzate. Ad uccidere sempre la stessa mano: l’uomo, il maschio, la bestia, declinato il più delle volte in vari gradi affettivi: marito, figlio, fidanzato.
La violenza sulle donne come pratica secolare. La donna considerata come oggetto, come soprammobile per soddisfare tutte le voglie e le volontà del maschio dominante, del maschio padrone. Cancellata dalla storiografia maschile e maschilista per il solo fatto di essere un non maschio. Nei secoli accusata di stregoneria, condannata da tribunali dell’inquisizione, arsa viva, impiccata, divenuta corpo per anatomia, sciolta nell’acido o fatta a pezzi, uccisa da un colpo di pistola vagante durante una manifestazione.
I secoli e gli anni son passati ma la violenza quasi quotidiana resta. Ora si sente parlare di femminicidio e omicidio passionale. Nuove leggi che non adempiono al proprio compito non tutelando per nulla la donna. Non basta denunciare.
Per quanto riguarda la definizione “omicidio passionale” mi sono sempre chiesta cosa c’entri la passione con l’omicidio, che nesso ci sia. Non ho trovato risposte plausibili ad avvalorare questa tesi. Ostinatamente però si continua ad accostare due termini così in antitesi tra loro. La passione non porta all’omicidio e l’omicidio non può essere compiuto per o con passionalità amorosa. Si uccide per odio, per cattiveria, per possessione morbosa e malata. <>. Menti malate.
La violenza però non scaturisce così da un giorno all’altro, segue degli iter e ha una gradualità la cui curva di mostruosità aumenta e si esaspera freneticamente fino a giungere a un punto di non ritorno. Uccidere. Assassinare. Ammazzare. Cancellare dal mondo. Spegnere un’esistenza. Appagare il rifiuto con il sangue. Eliminare la vita.
Semplificando (e forse facendolo sbagliatamente) le cose vanno spesso così: lei lascia lui, lui diviene molesto, chiamate ad ogni ora del giorno e della notte, violenza psicologica; aggressioni fisiche sberle, calci, pugni, lei irriconoscibile va al pronto soccorso una prima, una seconda e una terza volta quindi denuncia il suo ex trasformatosi in stalker; varie misure inutili che non tutelano per nulla la donna; dopo poco lei viene uccisa e indovinate chi è stato? E’ stato lui! L’uomo che diceva di amarla. Schemi standardizzati, biechi, che cancellano le storie individuali tramutando le donne in numeri, nuovamente in oggetti che fanno notizia.
Noi donne sempre vittime anche quando ci ribelliamo, quando denunciamo, quando decidiamo di sfidare apertamentente anche se con paura il mostro. Noi che paghiamo sempre con la vita e che incassiamo ingiustizia sopra ingiustizia. La giustizia non si consuma in un’aula di tribunale dopo la nostra morte, la giustizia deve essere fatta quando io donna in pericolo, denunciando lo stalker, ho salva la vita e posso ricostruire il mio quotidiano, sperare in un futuro e realizzare i miei sogni senza dover vivere in uno stato di sudditanza psicologica che la spinge verso una non vita, verso una mera sopravvivenza. E poi di nuovo violenza psicologica, violenza fisica, atto eclatante, cadavere.
Nella realtà la donna che ha subìto violenza vive spesso in uno stato di soggezione e paura, quasi di abbandono, violentata in primo luogo psicologicamente, demolita nell’anima prima che nel corpo. Scatta la denuncia.
E poi c’è chi pensa che la donna se la sia cercata, che è la donna a provocare il proprio assassino quindi la razionalità mi impone di pensare che la donna merita di essere uccisa! Proprio così! Qualche tempo fa il caso di quel sacerdote di Lerici che aveva affisso sulla porta della sua chiesa un volantino riportando un estratto della lettera apostolica “Mulieres dignitatem” commentata dall’editorialista di Pontifex.it dal titolo: “Donne e femminicidio facciano sana autocritica. Quante volte provocano?” in cui si accusano le donne di meritarsi il peggio per essersi allontanate dalla virtù e dalla famiglia. L’ennesima vergogna tutta italiana.
Dopo le mille polemiche scatenate da quell’atto di discriminazione portato avanti da un “uomo di chiesa” è ritornato di nuovo il buio, fino a nuovi femminicidi, poi di nuovo polemiche, promesse e di nuovo il buio.
Sempre e solo donna oggetto, donna desiderio, donna corpo, donna schiava. Mai o solo raramente Donna Soggetto, Donna Persona, Donna Essere umano, Donna Libertà, Donna intelletto.
Facciamoci un esame di coscienza generale.
Donne noi in primis diveniamo cambiamento, uniamoci e lottiamo per affermare il nostro Essere, per difenderci a vicenda, per essere la spalla e il bastone su cui poggiarci quando non ce la facciamo più, diveniamo nuova r-esistenza, si r-esiste in tanti modi, combattiamo per i nostri diritti che non ci vengono mai riconosciuti ma che sulla carta esistono anche se mal scritti e inefficaci. Riscriviamo la nostra storia, rivoluzioniamo insieme il nostro quotidiano; la battaglia anche di una sola deve divenire la battaglia di tutte noi perché se anche solo un’altra di noi verrà uccisa la responsabilità sarà anche nostra che non abbiamo fatto nulla per evitarlo. Facciamo rete, solidarizziamo, non continuiamo a vivere come tante galassie sperdute in quest’universo sbagliato, diveniamo mondo nel mondo.



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