Contro la violenza su le donne: la storia di Francesca

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a cura dell’Avvocato Roberta Schiralli

“Prima mi sono fatta tenerezza, guardandomi allo specchio. Nonostante siano molte notti che dormo bene, ho gli occhi stanchi, affaticati. Ho gli occhi che sembrano dire: “troppe volte ci ho sperato, troppe volte non è successo”… Poveri i miei occhi… povera me… poveri quelli come me… Per questo una bella dormita non basterà, né un buon collirio, né un’ottima crema. Ci vorrebbe che le cose impossibili diventassero possibili almeno per un giorno. Dopo i miei occhi sarebbero piú belli, io lo so”.
Così scrive Francesca (26 anni) la sera prima del processo che la vede, suo malgrado, come persona offesa per aver subito stalking per oltre 13 anni. Il giorno seguente il suo stalker sarà finalmente giudicato, dopo averle reso la vita impossibile per tantissimi anni, da quando un giorno, Francesca lasciò l’uomo che “Amava” tantissimo e che ogni sera la umiliava e la massacrava di botte.
Francesca è una ragazza esile, molto carina, occhi chiari, sempre sorridente, ma dentro nasconde l’orrore.
E’ cresciuta in una famiglia con valori all’antica: il padre – padrone gestisce la sua vita e quella dei suoi fratelli; troppe volte Francesca ha assistito alle liti dei genitori, troppo spesso ha visto sua madre prenderle di “santa ragione”, solo perché magari la cena non era in tavola quando il mostro – come lo chiama lei – tornava a casa dopo una lunga giornata di lavoro.
Francesca sin da piccola sa bene che suo padre “scatta” (come spesso riferisce) per un non nulla… Francesca ha i segni delle cinghiate sulla sua schiena e il fard non sempre copre i lividi sul suo volto; ma lei rimane in quella casa, in quell’orrore per proteggere la mamma, per tener buono il “mostro”… suo padre.
Finalmente Francesca compie i 18 anni e incontra A. che le sembra l’uomo più dolce e premuroso della terra; lui le regale fiori, la porta a fare lunghe passeggiate, la fa sentire importante. Ben presto A. chiede di conoscere la famiglia di Francesca, perché vuole sposarla, benché abbia più di dieci anni di lei, e vuol avere un bimbo. Per la ragazza quella proposta rappresenta il riscatto, la fine dell’orrore, ma il padre padrone non tollera quel fidanzamento e la costringe a lasciare A., perché l’uomo ha un passato di tossicodipendenza.
Ma Francesca è ostinata e scappa con A. per andare a vivere con lui. Il padre padrone la cancella dallo stato di famiglia e dalla vita di tutti.
I primi tempi della convivenza sono una favola, ma ben presto l’uomo pieno di attenzioni rivela la sua indole violenta: il passato di tossicodipendenza non è cancellato, A. riprende a drogarsi e comincia a maltrattare fisicamente e psicologicamente Francesca, che ben presto rivivrà ancora l’orrore. Ma le umiliazioni, le botte, non cancellano l’amore per A. Lei non comprende il perché di quelle botte e più volte dirà “era colpa mia, io lo amavo e poiché non capivo perché non mi amasse e mi facesse del male, una volta ho tentato anche di uccidermi per lui”.
La convivenza non dura moltissimo, Francesca in cuor suo sa che quello non è amore, ma follia e, quando una notte, A. al culmine di una futile lite, la picchia talmente che, Francesca, sanguinante, scappa via di casa in pigiama e viene raccolta da una pattuglia dei carabinieri che la riaccompagna a casa di suo padre.
Francesca è tornata a casa sua dai suoi cari. a fatica ricomincia a vivere, ad affrontare il giudizio di suo padre e conquista il suo perdono.
Inizia a lavorare, ricomincia a cantare (la passione della sua vita) e conosce Stefano, un ragazzo dolcissimo e per bene, con il quale intraprende una relazione seria.
Ma la felicità, come nei film drammatici, dura poco, perché A. per nulla rassegnato alla fine della relazione con Francesca inizia a perseguitare la ragazza e il suo fidanzato. La relazione con Stefano inizia a vacillare, perché A. ogni volta che lo incontra per strada lo minaccia, gli dice che Francesca “è una poco di buono e và con tutti ed è anche drogata”. Riesce persino a contattare i genitori di Stefano, raccomandando loro di far cessare la relazione perché Francesca è una donnaccia e ha l’HIV.
La relazione tra Stefano e Francesca finisce, per volontà di quest’ultima, stanca di doversi sempre giustificare dinanzi alle calunnie e frasi infamanti profferite da A. ad ogni persona che si avvicina nella sua vita.
Da allora, la vita di Francesca è un incubo che durerà 13 anni: A. si apposta per ore sotto casa, invia messaggi e squilli telefonici per giornate intere, scrive frasi ingiuriose sul muro dell’abitazione di Francesca, danneggia l’autovettura di Francesca e dei suoi cari, la minaccia di morte ogni qual volta lei esce o tenta di uscire con un ragazzo: le dice che “la farà mangiare dai maiali, che le manderà qualcuno a farla fuori”.
Ormai Francesca non vive più, si guarda le spalle di continuo, cammina per strada con il cellulare in mano pronta ad allertare le forze dell’ordine o a registrare le parole del suo stalker, per crearsi delle prove. A volte Francesca lo affronta e lo provoca per cercare di dimostrare la follia di A. alle autorità, che spesso non comprendono la sua disperazione, la sua solitudine, l’assurdità di quei comportamenti che ella stessa stenta a credere possibili.
Ogni giorno, nonostante la presenza costante e continua di A., Francesca deve anche difendersi dalle accuse di suo padre: “tu sei la pecora nera della famiglia. Io te lo avevo detto. Stai rovinando tutti”.
Ma la forza di Francesca le fa tollerare tutto questo, ella dice : “prima o poi smetterà”, ma A. non smette dal 2000 al 2009 gli atti persecutori si protraggono per alcuni mesi, poi A. scompare e lei crede che abbia smesso finalmente. Dopo alcuni mesi invece riprende, con le stesse modalità, sempre quelle, ogni giorno!
Francesca sopporta, non denuncia e ha paura. Non sa bene di cosa, forse di creare problemi alla famiglia oppure di far male all’uomo che ha amato nonostante i maltrattamenti.
Dagli inizi del 2010 la situazione però diventa allarmante: A. inizia a citofonare all’abitazione di Francesca anche a notte fonda e per molte volte al giorno, sino a che esausti i genitori non iniziano a chiamare polizia e carabinieri, che però allo stato non possono fare molto.
Francesca esce di casa per andare a lavoro e lui è là che la guarda e le fa il gesto con la mano come dirle “ti faccio fuori”; quando la sera torna a casa lui è ancora là con una maglia bianca che spicca nel buio, quasi per dirle “guardami sono qui non ti libererai mai di me”.
Dal 2010 in poi Francesca deposita alla Procura almeno 15 querele, si reca al pronto soccorso almeno due volte a settimana: lamenta dolori al colon, ansia, tensione al basso ventre. Ormai non dorme più, non mangia più e prende farmaci per stare calma, ma in tutto questo orrore sorride sempre e lavora … adora quel lavoro, le piace stare in mezzo alla gente, almeno lì non pensa al suo dramma e per qualche ora è consapevole e sicura, perché sa che A. in quel posto così frequentato non verrà mai.
Invece la follia e la gelosia di A. lo portano a compiere una sfida più grande del semplice appostamento sotto casa: si reca sul posto di lavoro di Francesca e davanti a tutti la minaccia e le chiede ostinatamente di parlarle, ma lei scappa e viene scortata a casa da un amico, ma ciò non ferma A. che minaccia pure lui, sino a che Francesca non chiama ancora la Polizia.
Vuole solo parlare con lei, così dice A.
Ma nulla accade. Le querele in Procura si moltiplicano, le telefonate a Polizia e Carabinieri si susseguono quasi con cadenza giornaliera, tanto da determinare anche una certa diffidenza nelle forze dell’ordine, perché infondo a raccontarla questa storia si fa fatica a considerarla vera.
Tutti conoscono la sua storia, ma nessuno fa nulla: i vicino sono stanchi di quella famiglia così problematica, infondo le liti a casa di Francesca tra il padre e la madre disturbano tutti e adesso ci si mette pure uno stalker!
Francesca racconta la sua storia così tante volte al poliziotto o carabiniere di turno, alle amiche che le si stringono attorno impotenti, che ha la sensazione che tutto questo non stia accadendo a lei e i suoi occhi chiari e vivi a poco a poco diventano freddi, spenti.
Si è vero, quando ho visto Francesca la prima volta al centro antiviolenza mi hanno colpito i suoi occhi quasi vitrei, senza espressione, ho avuto la sensazione di parlare ad un’automa, in considerazione del modo in cui lei raccontava la sua storia … Avevo la sensazione che stesse parlando di un’altrapersona, per la freddezza e la pacatezza con la quale riferiva tutti i fatti.
Ad un certo punto dell’incontro, le ho chiesto se volesse smettere di parlare, se fosse stanca o provata, se avesse voglia di piangere, perché da noi in quel posto sicuro, poteva lasciarsi andare, ma lei mi ha risposto ”avvocato andiamo avanti non ho più lacrime, questa storia finirà con la mia morte, o mi uccide lui o lo faccio io”.
La ragazza inizia a frequentare il centro antiviolenza anche grazie ad una donna molto determinata che lavora nel tribunale della sua città che la spinge ad andare avanti, a fidarsi di chi la sta seguendo. Si moltiplicano le richieste, le istanze di procedere alle autorità competenti, ma i tempi della giustizia si sa come sono e ancora si avverte una certa diffidenza nel racconto di Francesca …
Ma le cose alla fine del 2012 iniziano a cambiare: Francesca viene ascoltata come persona informata sui fatti: deve ancora raccontare quei tredici anni … giustificarsi … si giustificarsi, perché questo si chiede alle vittime … le si colpevolizza … non si crede a loro … è più facile spostare il problema dalle nostre coscienze, piuttosto che ammettere tutto e aiutarle.
Prima della fine dell’anno, la situazione di Francesca cambia, non perché la giustizia dà corso al processo, nulla di questo. A. è furioso, la sua frustrazione cresce, la rabbia è arrivata al parossismo, ormai accede all’abitazione di Francesca per numerose volte al giorno: citofona, urla in mezzo alla strada minacce di morte, adesso anche verso il padre di Francesca; si spinge addirittura sino alla porta di ingresso dell’abitazione per sfondarla coi pugni. Un giorno mentre la ragazza è ferma al semaforo vicino casa sua, lo stalker apre la portiera dell’auto per cercare di introdursi dentro, ma lei allarmata urla e viene soccorsa da alcuni passanti, che mettono in fuga A.
Vuole solo parlare con lei.
La polizia lo ferma varie volte, ma non appena la volante se ne và o lo lascia andare – i motivi non li ho mai capiti e non li capirò mai (ndr) – ritorna sotto casa della ragazza per incontrarla e citofona, citofona …. urla, minaccia… i vicini di casa sono esausti, però chiamati dalla ragazza a testimoniare si rifiutano categoricamente e iniziano a non sentire più, a non volerle parlare più.
Vuole solo parlarle.
Francesca è sola. Adesso ha anche perso il lavoro, perché le incursioni di A. hanno infastidito il suo datore di lavoro al punto che ha trovato un pretesto per mandarla via.
Vuole solo parlare con lei: è questa la frase che continua a ripeterle per telefono, per citofono, via sms.
La rabbia dello stalker è al culmine e un pomeriggio A. si reca a casa della ragazza, e comincia a sfondare la porta di ingresso dell’abitazione. Lei non c’è, sta cercando di lavorare fuori città così da non farsi raggiungere da lui, ma per sbaglio la porta viene aperta dai genitori della ragazza che vengono aggrediti dallo stalker, che prontamente viene arrestato dalla polizia che ormai si trovava spesso a passare nei pressi dell’abitazione.
Lo stalker viene tratto in arresto: ora secondo la legge può essere arrestato. Finalmente come dicevano tutti è accaduto qualcosa!
Mi viene da dire per fortuna … penso se ci fosse stata Francesca ad aprire quella porta.
Per fortuna! Che brutta espressione da dire in queste circostanze, ma è così!
I genitori di Francesca se la sono cavata con escoriazioni e lividi e tanta paura e rabbia.
Perché aspettare l’evento grave? Non è di per sé bastevole il semplice atto persecutorio reiterato nel tempo, come indicato dalla norma di cui all’art. 612 bis c.p. e le numerose denunce della ragazze, per determinare un provvedimento cautelare in danno dello stalker?
Adesso A. è detenuto e in attesa che sia celebrato il processo per il reato di atti persecutori e lesioni a suo carico.
Francesca da quando lo stalker è in carcere è tranquilla, adesso dorme ed ha ripreso appetito. Mi ha detto con la tenerezza di una bambina “avvocato stanotte ho dormito e non ho fatto brutti sogni”, poi mi ha abbracciata e mi ha detto semplicemente “grazie”.
La storia di Francesca (nome di fantasia) è simile a tante che si susseguono nel centro antiviolenza, infondo ha un lieto fine, ma mi domando se tanta sofferenza era necessaria dal momento che la ragazza ha iniziato a denunciare dopo la promulgazione della legge sullo stalking.
Cosa non funziona in questa norma?
Quali criticità si nascondono, in una legge che agli occhi di tutti e in via del tutto superficiale sembra funzionare?
In realtà, spesso accade che le vittime di stalking siano assolutamente sole dinanzi il loro persecutore: non sempre hanno le prove del reato, perché questi soggetti sono molto astuti e subdoli e non sempre agiscono come il personaggio di questa storia. Pertanto, è estremamente difficile portare delle prove per ottenere un provvedimento di tutela da parte dell’autorità giudiziaria.
La storia di Francesca, che ha dovuto attendere oltre 13 anni per vedere il suo stalker in carcere, ha dimostrato tutti i limiti della legge che ha introdotto il reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis nel codice penale.
In casi come questo e in altri simili, si avverte la mancanza di coordinazione tra forze dell’ordine, che non possono fare altro che intervenire alla chiamata della vittima e l’autorità giudiziaria, sicuramente oberata dall’infinità di denunce e processi da istruire. Sono convinta che è altrettanto difficile emettere provvedimenti cautelari solo sulla base delle denunce di una persona, che potrebbe essere solo una mitomane o una calunniatrice, magari neppure supportate da prove e riscontri oggettivi. Ritengo sommessamente che se vi fosse stato un raccordo immediato tra inquirenti e forze dell’ordine – appostamenti della polizia o carabinieri nei luoghi frequentati dallo stalker – forse si sarebbero trovate prima delle prove, determinati per l’emissione di provvedimenti di tutela nei confronti di Francesca e della sua famiglia.
La procedibilità a querela di parte del reato di stalking, costringe la persona offesa a ricercarsi le prove, che non sempre sono reperibili: pensiamo alla difficoltà di dimostrare in giudizio la presenza di un soggetto sotto casa, che magari alla vista di testimoni o delle forze dell’ordine, scompare!
Pensate quanto sia difficile dover provare lo stato d’ansia o paura richiesto dalla legge, recandosi semplicemente al pronto soccorso per richiedere di farsi certificare uno “stato ansioso reattivo”, sperando che qualcuno in quella diagnosi ci veda tutta la tua disperazione e ti tuteli.
La legge è stata emessa e parzialmente ha ottenuto il suo scopo di tutela, ma ha lasciato aperti molti problemi: la formazione delle forze dell’ordine, la possibilità di costituire pool di magistrati pronti a ricevere tali querele e a darne pronta risposta, la creazione di codici ad hoc nei pronto soccorso dei vari presidi ospedalieri, deputati a gestire le vittime di stalking con la presenza di personale preparato e formato per questo.
I centri antiviolenza con la presenza delle equipe multidisciplinari, cercano di far fronte a tutte queste lacune, assistendo legalmente psicologicamente le vittime di stalking, ma non sempre possono contare su una rete capace di dare pronta riposta alla vittima. Non sempre o quasi mai possono contare sull’aiuto delle istituzioni, assolutamente impreparate nella gestione della vittima.



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