L’arte delle trasformazioni: Il potere al femminile

l'arte della trasformazione il potere al femminile

a cura di Micaela Balice 

Finita l’era del culto della Grande Madre, la donna viene relegata ad un ruolo secondario: generatrice e nutrice di figli, il suo compito primario è occuparsi della famiglia. Non ha diritto all’istruzione, non ricopre ruoli sociali rilevanti. L’arte sacerdotale le viene negata così come quella medica. L’anima le verrà concessa molti secoli più tardi.

Le streghe abbondano in tutta Europa ed il genocidio si massa si compie grazie all’immanente cultura della spada, “un massacro quale non si era mai visto, che forse ha superato per ferocia qualunque altra impresa sanguinaria[1].

Ma sopravvivere è l’arte femminile: la donna attraversa, a differenza dell’uomo, dei riti d’iniziazione naturali che la obbligano a confrontarsi col mistero della vita / morte. I dolori del mestruo, il peso delle gravidanze per non parlare dell’intensità del parto. Eventi fisiologici che lasciano in lei una traccia, che le insegnano ad andare oltre, a rinunciare al proprio ventre, alla propria interiorità, per dar spazio all’altro.

La trasformazione è la caratteristica del femminile: dalla “lunaticità” della quale veniamo spesso accusate e che rimanda al nostro astro dominante, alla mutevolezza oscura e “velenosa” rappresentata dal serpente che in antichità ha raffigurato la Grande Madre, ovvero la donna e il suo potere.

Il serpente cambia pelle, è dunque mutevole; vive nelle cavità della terra e le viscere della terra sono il mondo oscuro dove la vita parte e ritorna, così come è oscuro il ventre materno. Esso è stato per secoli simbolo dei regnanti in Egitto, così come ora è l’effige dell’arte medica.

Fu un serpente, o un drago, a custodire la conoscenza antica e sempre lui fu ad offrire ad Eva tale conoscenza. E sarà Maria, la Vergine di Dio a schiacciargli la testa quasi per liberare l’umanità da tale pericolo arcaico.

Le trasformazioni sono dunque l’arte del femminile. Le vive sulla sua pelle con le iniziazioni fisiologiche che affronteremo in seguito ma le utilizza nella quotidianità perché le sue competenze domestiche sono tutte arti trasformatorie.

Joselyne Bonnet affronta con grande fascino tale argomento. In una ricerca svolta in Francia negli anni ottanta del secolo scorso tra le contadine che avevano ancora nelle mani e nella mente gli antichi ruoli femminili, ella recupera le abilità e le radici millenarie dei gesti quotidiani[2].

La filatura è la prima iniziazione: in età puberale la fanciulla impara a ricamare “le cifre” su un imparaticcio per poi cominciare il lungo lavoro del corredo. Le cifre (ovvero tutto l’elenco dell’alfabeto più la scala numerica) venivano ricamate con un filo rosso che rimanda al sangue mestruale, inoltre le allusioni all’ago e al filo erano il primo richiamo alle funzioni sessuali maschili e femminili.

Il bucato segue come competenza da acquisire, ed ovviamente erano i pannolini del mestruo a dover essere ripuliti del sangue tabù: esisteva un lungo rituale che prevedeva un primo lavaggio a parte di tale biancheria e solo quando erano puliti potevano essere inseriti nel resto del bucato.[3] I lunghi riti del bucato sono stati riscontrati anche in Piemonte in una ricerca da me effettuata negli anni novanta: l’acqua del primo lavaggio dei pannolini veniva buttata in luoghi ricchi e apportatori di fertilità come il letame o il concime vegetale; una donna non poteva lavare la biancheria durante il ciclo e le sue compagne dovevano cantare mentre facevano il bucato perché la biancheria diventasse bianca.[4]

Fintanto che è nubile la ragazza aiuta in cucina ma non è un suo compito: è solo col matrimonio che lei acquista il simbolo del potere femminile contadino, il mestolo. Avere il mestolo in mano è il segno che la donna è maturata, conosce la sessualità simboleggiata nell’arte culinaria dal fuoco, dai bollori, e dalle trasformazioni alchemiche del cibo, da materia prima vegetale o animale a nutrimento.

Essa è l’esperta del nutrimento, essendo in grado di produrre l’alimento per eccellenza: il latte. I bambini venivano allattati finché si poteva sia per garantire l’immunità alle malattie, sia perché era un risparmio economico notevole ed infine perché era anche strumento di controllo delle nascite, ritardando il ritorno della fertilità.

Si cominciano ad intravedere le capacità della donna di trasformare, di modificare le sostanze per renderle utili al proseguimento della specie. Ma quest’arte le è naturale perché lei è la sola a produrre da sé sostanze, il sangue in primo luogo. Neumann identifica i misteri di trasformazione femminile legati al sangue in questa sequenza: mestruo e gravidanza. Egli considera il terzo mistero di sangue la trasformazione di sangue in latte materno, “fondamento dei misteri primordiali della trasformazione del cibo”[5] e questo è ricollegabile all’arte culinaria che nel mondo contadino sarà competenza solo della donna sposata e quindi in grado di generare.

Il pane e gli altri composti lievitanti: questo alimento contiene simbologie di ampia portata, è l’unione alchemica del lavoro maschile e di quello femminile, ha un processo di lavorazione che richiede il lento rigonfiarsi così come il ventre materno si espande durante la gravidanza. Non a caso il mobile destinato ad accogliere la madre, ovvero l’impasto con il lievito da usarsi per produrre il pane, era la madia, un cassettone fatto nella stessa forma delle culle in legno che accoglievano i neonati[6].

L’orto era un’altra relazione nutritiva: esso conteneva tutti gli alimenti base ma anche le erbe aromatiche con i loro indubbi poteri terapeutici. Cibo e medicina convivevano perché l’arte della trasformazione è anche arte di guarigione, l’antica arte femminile dell’uso magico delle erbe. L’arte dell’orto e del giardino era prerogativa delle donne anziane, già detentrici di un sapere femminile maturato con l’esperienza, divenute custodi della fecondità.

Gli alimenti prodotti ovviamente necessitavano di trasformazione per venire poi consumati durante l’inverno, stagione nella quale il cibo scarseggia. Tale arte è nuovamente nelle mani del femminile: conserve di frutta, sott’olio e sotto aceto, prodotti fermentati come la choucroute, lunga lavorazione a base di cavoli che perdurava per tutta la stagione fredda.

Alle trasformazioni del mondo esterno si aggiungevano le trasformazioni interne del ciclo vitale della famiglia: le donne presiedevano alle nascite, educavano ed allevavano i bambini nell’infanzia, si occupavano delle puberi e della loro entrata nel clan femminile, procuravano il corredo (a volte unica proprietà della fanciulla) necessario a garantire la base economica di tutta una vita futura, educavano alla sessualità con allegorie e metafore, si prendevano cura dei familiari, delle malattie, delle convalescenze e della morte. La cura delle tombe era ancora una volta in mano alle donne.

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Questo lungo excursus tra abilità e competenze femminili è necessario per comprendere a quale profondità si situa quello che non è un incidente biologico: ovvero la natura femminile.

Il fatto che la donna generi e partorisca, che produca in sé un sangue che sgorga senza ferita alcuna, inevitabilmente la colloca in una posizione di diversità nei confronti dell’uomo. La sua fisiologia è strettamente collegata al ruolo sociale che può adempiere. Sta ai modelli di una cultura dare rilievo o sottovalutare tale aspetto.

Ogni donna è portata naturalmente, direi per istinto, ad occuparsi del benessere degli altri. Il fatto che nella società d’oggi ella è stata espropriata delle sue abilità di base inevitabilmente non può che produrre malessere.

Il mestruo, se una volta era visto come tabù ma rispettato (anzi la donna riusciva anche a ritagliarsi una fetta di privacy grazie a questo evento) ora è assolutamente da negare ed il mercato offre prodotti di vario genere per continuare coi ritmi di sempre e senza che “si veda”. Il tabù non è scomparso.

La gravidanza ed il parto sono in mano a medici e non più al clan delle donne. Il cibo viene prodotto industrialmente da più mani e spesso è gia pronto (cinque minuti nel microonde…); sono altri che ci consigliano, cambiando opinione molto spesso, ciò che è meglio mangiare e dare ai nostri figli. L’allattamento è perseguito con difficoltà da una parte sola di donne che, rese insicure dal poco sostegno psicologico e dai ritmi che devono inevitabilmente mantenere, riescono a prolungarlo per pochi mesi. Spesso è il cesareo a far venire al mondo nuovi esseri e la nostra iniziazione svanisce.

L’educazione dei figli è in mano alle istituzioni che si fanno in quattro per tenerceli lontani il più a lungo possibile così noi abbiamo più tempo…. Ma per far che? Lavorare, come gli uomini.

Gli abiti non si rammendano più e le donne non sono più capaci di trasformare un filo di lana in una maglia, in calzini o calzari per l’inverno.

Le erbe si trovano in farmacia già lavorate e ci sono depliant che spiegano il loro uso, se un familiare si ammala si va dal medico, anche per un banale raffreddore. La morte avviene negli ospedali ed una volta stabilito quale ditta si occuperà della salma i doveri del trapasso sono esauriti.

In questo quadro di deleghe non resta alla donna, ma anche all’uomo in quanto identità maschile, il compito di lavorare all’esterno, per ditte che non appartengono al clan familiare e che ovviamente perseguono interessi propri in cambio di moneta utile solo a pagare le altre deleghe obbligate note sotto il nome di bollette, mutui etc.

Tale scissione dai ruoli primordiali femminili (ma ribadisco: il problema a questo livello è anche maschile) ha inevitabilmente esasperato alcuni disagi che si manifestano anche nelle sintomatologie delle quali le donne oggi soffrono: sindrome premestruale, depressione, cicli irregolari, cali della fertilità, parti cesarei, incapacità di allattamento, calo della libido, obesità, anoressia e bulimia fino ad arrivare ai tumori degli organi femminili.

La donna non sa più essere donna.

Nei prossimi capitoli affronteremo la fisiologia al femminile per tentare di recuperare consapevolezza in ciò che è naturale e in ciò che ci è stato indotto da questa cultura che ha alienato le donne dai loro ruoli. Fatto ciò sarà più semplice comprendere cosa è da curare e come.



[1]              R. SICUTERI, Lilith, la luna nera, Astrolabio, Roma, 1980, p.114

[2]              J. BONNET, La terra delle donne e le sue magie, Red Edizioni, Como, 1991

[3]              M. BALICE, Simbologia lunare e tradizione popolare, in “L’Ombra – tracce e percorsi a partire da Jung”, V, 7/8, 1999, p. 20

[4]                                           ibidem, p. 22

[5]              E. NEUMANN, La Grande Madre, Astrolabio, Roma, 1981, p.41

[6]              per un approfondimento di tale simbologia confronta J. BONNET, op. cit., p. 74 e seg.



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